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Todo 11 tiene su 13: due parole sul golpe del 2002

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di Giuliano Granato

Ovvero due parole sul golpe del 2002 in Venezuela contro Chávez

Il 14 aprile di 15 anni fa Hugo Chávez rientrava a Miraflores, il palazzo presidenziale venezuelano. Il suo ritorno significava che il golpe era fallito, che “loro” non avevano vinto, non quella volta.

Solo pochi giorni prima, l’11 aprile, l’opposizione, l’ambasciata statunitense e la CIA avevano infatti messo in atto un piano ordito per abbattere il legittimo governo venezuelano.

La trama del golpe

Giorni di manifestazioni di piazza, violenza. Poi la marcia dell’11 aprile che si sarebbe dovuta concludere dinanzi alla sede della PDVSA, l’azienda petrolifera venezuelana che Chávez voleva utilizzare per distribuire risorse alle classi subalterne e non ai soliti noti. Ma il piano dell’opposizione è un altro: dal palco i dirigenti invitano i manifestanti a dirigersi a Miraflores, per tirar giù, “con le buone o con le cattive”, il “dittatore” Chávez. A Miraflores, però, ci sono i sostenitori del presidente, a migliaia.

Le forze dell’ordine cercano di impedire che le due manifestazioni vengano a contatto. Cominciano a sentirsi gli spari. Diverse persone stramazzano al suolo, tutte colpite alla testa. I media privati addossano tutte le responsabilità al governo, manipolano i video, chiedono la testa di Chávez. La situazione si fa ancora più tesa. Alti comandi militari minacciano il bombardamento di Miraflores. Chávez decide di consegnarsi ai golpisti per evitare un massacro, ma non rinuncia. Non rinuncia. Sembra così uscire di scena il governo che aveva provato a redistribuire la ricchezza, a costruire partecipazione e protagonismo politico degli “invisibili”, quegli abitanti delle “barriadas”, le favelas venezuelane, che fino ad allora non esistevano nemmeno sulle carte geografiche di Caracas (e non è un’esagerazione – è un fatto vero!), a mettere in piedi una sanità ed un’istruzione che non fossero solo per i ricchi bianchi, ma anche per il popolo, quello brutto, sporco e cattivo.

Cambio di scena a Miraflores

Tornano i padroni di sempre, quelli ben vestiti, coi loro completi e i loro tailleur. C’è gioia nelle stanze del palazzo, l’oligarchia si è ripresa quello che era suo, quello che da decenni era nelle sue mani e che per un momento sembrava stesse sfuggendo. Le grida di giubilo non si contengono. Si esulta quando il nuovo Fiscal General annuncia la deposizione di tutti i poteri costituiti. Pedro Carmona, segretario di Fedecamaras, la Confindustria locale, è il nuovo presidente, sostenuto dalle alte sfere della Chiesa cattolica, da sindacati corrotti, dalla borghesia e dalla oligarchia nazionale, oltre che, ovviamente dagli Stati Uniti. Si fa festa a palazzo.

Il popolo “todopoderoso”

E fuori? Fuori è diverso. Dopo le prime ore di smarrimento, ci si comincia ad organizzare. Si prova a far arrivare la notizia del golpe ai media internazionali, a ribadire che no, Chávez non ha rinunciato, è tenuto prigioniero. “No ha renunciado, ha sido secuestrado” è lo slogan che in tanti, sempre più numerosi, cominciano a cantare nelle strade. È il popolo chavista che si mobilita e si organizza. Con i media alternativi, col tam tam di quartiere in quartiere, fanno rimbalzare le poche notizie che arrivano. “È un golpe contro la democrazia, contro i poveri”. “Bisogna reagire subito”. E così fanno.

Oscurati da tutti i media privati venezuelani, che continuano a parlare di situazione calma e sotto controllo, a migliaia scendono di nuovo per strada. Si dirigono a Miraflores, per gridare che Chávez deve tornare. E quella straordinaria mobilitazione popolare, che sfida la repressione, sortisce i suoi effetti. La guardia presidenziale, i corpi militari fedeli a Chávez, si convincono che si può, che è il momento di passare al contrattacco: riconquistano Miraflores, arrestano i golpisti, almeno quelli che non erano riusciti a darsi alla fuga. Nemmeno due giorni è durato il golpe, eppure abbastanza per trovare le casseforti già svuotate. “Ladrones”, ecco di che pasta sono fatti gli oligarchi venezuelani. Miraflores è stato ripreso, ma non si può ancora cantare vittoria. Bisogna riconquistare almeno il canale televisivo statale, per dare la notizia e metter fine alle bugie dell’opposizione. Dopo qualche ora, con mezzi improvvisati si riesce nell’impresa: il paese intero ora sa che Chávez non ha rinunciato, che il suo gabinetto è di nuovo riunito a palazzo, che i golpisti sono stati sconfitti. Le guarnigioni militari inviano fax, confermando la fedeltà al legittimo governo, il popolo nelle strade festeggia. È la saldatura di quell’alleanza civico-militare che tutt’ora costituisce l’ossatura del progetto bolivariano.

Il ritorno di Chávez

E poi anche Chávez ritorna. Sequestrato e portato su un’isola, i golpisti avrebbero voluto trasportarlo fuori dal paese, ma non hanno fatto in tempo. Così il 14 aprile 2002 il presidente legittimo rientra a Miraflores, tra la gioia e la commozione generale.

Chávez ha vinto, il governo bolivariano ha vinto. Ma è soprattutto il popolo venezuelano – sì, sempre lui, quello brutto, sporco e cattivo – ad aver vinto, dimostrando che la mobilitazione popolare è l’ingrediente fondamentale capace di smuovere montagne, di abbattere gli ostacoli più enormi che ci si possa aspettare. Il popolo venezuelano ha dato una mazzata incredibile all’imperialismo e ai suoi lacché. Una cosa non da poco. Una di quelle cose che se stai ad una scrivania, leggendo e studiando, ti dici che è impossibile. Che i rapporti di forza sono troppo sfavorevoli. Che il nemico è esperto, potente, feroce. E che invece noi e i “nostri” siamo deboli, disorganizzati, divisi. Eppure la storia si è incaricata più volte di presentarci pagine straordinarie, nel senso letterale di fuori dall’ordinario, da ciò che accade tutti i giorni e che secondo le classi dominanti dovrebbe continuare ad accadere nei secoli dei secoli. La vittoria contro il golpe del 2002 è una lezione tutt’ora valida in ogni angolo del mondo. Bisogna saper leggere quelle giornate, imparare e ributtare nella pratica quotidiana quegli insegnamenti. Nostra patria il mondo intero, in fondo, significa anche questo.

Da: https://albainformazione.com/

 
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