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Venezuela: Perché si sgomberano i contadini in un’epoca di rivoluzione?

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Marco Teruggi

Il dibattito è doppio: la proprietà della terra e la produzione.

L’ultimo caso sono 32 contadini arrestati lo scorso 16 marzo per il recupero di 350 ettari dell’azienda La Magdalena, ad Obispo Ramos de Lora, nel Sur del Lago. Fino ad oggi continuano ad essere detenuti, nonostante abbiano un documento dell’Inti nazionale (Istituto Nazionale delle Terre), che ha dichiarato incolte le terre, e li autorizza a produrre, cosa che fanno: hanno seminato yuca, platano, auyama, mais. Sono accusati di invasione, ostruzione alla giustizia, resistenza all’autorità, disboscamento e incendio. L’obiettivo è che le terre rimangano nelle mani del proprietario terriero Celis Aranguren, che partecipò ai fatti di violenza del maggio 2017, dove fu attaccato il municipio, e che avrebbe pagato per ottenere l’arresto dei contadini.

Molte volte notizie come questa  non vengono diffuse al di fuori dei territori dove succedono. I casi che quest’anno si è riusciti a diffondere sono stati gli attacchi e i tentativi di sgombero dei contadini di Portuguesa, del Consiglio Contadino El Esfuerzo, e del Barinas, nell’Hato Gavilán La Chaqueta. Sono emersi perché alcuni media li hanno diffusi, per la violenza dell’azione. Hanno avuto luogo intimidazioni, tentativi di tirar fuori i contadini dai recuperi, che sono molti nel paese. Come esempio, nel Sur del Lago ci sono circa venti recuperi, riguardo al Barinas circa trentacinque.

Tutti questi casi -parte di una mappa nazionale dei recuperi- hanno una caratteristica simile: sono in attesa di risposte. Ci sono state trattative, documenti temporanei, ricorsi da parte delle proprietà, verifiche che sono effettivamente terre improduttive che i contadini hanno messo a produrre. Le decisioni finali non giungono, la possibilità di essere sgomberati, minacciati, incarcerati, è lì, latente. Succede cronicamente, come l’anno passato quando in pochi giorni hanno avuto luogo vari sgomberi violenti consecutivi nel Barinas. Si sa, maggiore è la possibilità quanto più lontane sono le telecamere. E i giornalismo in Venezuela ha l’epicentro a Caracas.

Si tratta di una questione complessa. Così come non si può dire che la rivoluzione abbia la politica di sgomberare i contadini, c’è da domandarsi del perché le risposte favorevoli costino tanto, che si cela dietro questa situazione. Tanto in termini di interessi concreti, di poteri, come di politica agricola regionale/nazionale in corso, in questa epoca così complessa di guerra scatenata dall’imperialismo e dalle classi dominanti.

La prima cosa da mettere in evidenza è che la lotta contro il latifondo è stata un segno distintivo del processo chavista. Lì ci sono stati progressi dove altri processi contemporanei nel continente non li hanno avuti. Si può misurare in termini di ettari recuperati/regolarizzati/espropriati, così come attraverso i morti, circa trecento contadini uccisi da sicari.

Secondo le differenti analisi questi progressi contro il latifondo sono durati fino al 2010, con fatti emblematici come il recupero simultaneo di diciotto tenute nel Sur del Lago. A partire da quelle date si è entrati in una fase di stasi, situazione che si prolunga fino ad oggi, quando, ciò che si è mantenuto, è un avanzamento nella regolarizzazione delle terre dove i produttori da anni stanno lavorando. Non si parla più della battaglia contro le grandi estensioni improduttive di terre nelle mani di una sola persona/famiglia. Questo, paradossalmente, in una situazione di difficoltà dei rifornimenti e dei prezzi.

Il dibattito è doppio: la proprietà della terra e la produzione.

I recenti casi di sgomberi permettono di mettere su un elenco di attori contrari ai recuperi: proprietari terrieri, impresari, funzionari locali dell’Inti, di municipalità, governatorati, tribunali, forze di sicurezza regionali. Un blocco di interessi che cerca di occupare terre contese, recuperare quelle che sono state espropriate, e avanzare su nuovi territori. Dietro ad ogni sgombero contadino c’è un affare in marcia, dal Messico fino all’Argentina.

Questo quadro di attori permette di giungere ad una ipotesi: esistono poteri di fatto regionali con alleanze/corruzioni politiche, che hanno la capacità di ordinare sgomberi, e fare passi con una tendenza restauratrice che emerge. È un tema proprio di ciascuno stato, dove, come è stato evidenziato in alcune occasioni, si può produrre un conflitto tra le istanze nazionali e le istanze regionali di una medesima istituzione.

Questa ipotesi permette di spiegare concretamente molti casi di sgombero, ma non risponde alla domanda del quadro nazionale riguardo la politica contro il latifondo e, insieme a questo, il sostegno della classe contadina e dei piccoli produttori. Per quanto riguarda l’agricoltura verso dove è orientata la scommessa? A rafforzare le trame comunali, di piccoli produttori associati, di proprietà sociali e statali, o a cercare accordi sempre più numerosi con il settore privato, come dire i grandi produttori, i proprietari terrieri, gli impresari emergenti?

La risposta sembra essere orientata verso la seconda opzione. In termini politici significa che, in questo quadro di guerra, si opta per la difesa/conservazione attraverso accordi. Questo può comportare un arretramento: si dà più potere a chi si è combattuto, che sono anche molte volte complici o autori diretti degli attuali attacchi.

Per quanto riguarda l’economia significa che la scommessa maggioritaria è verso il privato, in un movimento che è anche di idee: è quel settore che potrebbe tirarci fuori da questa situazione. Allora non appare  come realizzabile la produttività della classe contadina, dei piccoli produttori, delle comuni, delle proprietà sociali organizzate nel settore statale. La forza deve essere centrata sul privato. Perché, ora sì, i grandi proprietari sarebbero produttivi, anche in chiave di consumi nazionali e prezzi giusti, dentro un piano nazionale di transizione al socialismo che affronta una guerra?

Questo non significa che non si debba lavorare con il privato, medi produttori, né cercare alleanze dentro un modello di tre tipi di proprietà. Significa che esiste una trama produttiva di contadini, piccoli produttori, economie comunali, che, anche se l’attuale dimensione non è sufficiente a rifornire il paese intero, ha una potenza politica economica che Chávez ha scatenato, e senza la quale risulta difficile pensare ad una via d’uscita che conduca alla risoluzione delle urgenze, una volta che si avanzi nel progetto storico. Quell’universo produttivo richiede sostegno, investimenti, catene di distribuzione. Ha anche debiti, come li hanno lo stato e i privati. Il dibattito è politico, verso dove va la scommessa strategica?

A partire da quella ipotesi si possono inquadrare i casi regionali di sgomberi e attacchi. Sono il frutto di situazioni statali, non sono una politica nazionale, ma avvengono dentro l’orientamento di cercare accordi con quel grande privato, offrirgli nuovi affari. Questo sembra che significhi di non aprire la strada a nuovi recuperi di terre, di non scontrarsi, anche se sono terre improduttive e i contadini dimostrano di avere la capacità di metterle a produrre.

È un’ipotesi errata? Per questo il dibattito è su un punto centrale di cui poco si sa, e periodicamente appaiono in differenti stati del paese casi di violenti attacchi verso i contadini. La domanda continua ad essere la stessa: perché avvengono gli sgomberi?

31-03-2018

La Haine

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:

Marco Teruggi, “Venezuela: ¿Por qué se desaloja a campesinos en época de revolución?” pubblicato il 31/03/2018 in La Hainesu [https://www.lahaine.org/mundo.php/venezuela-ipor-que-se-desaloja] ultimo accesso 06-04-2018.

Da: https://comitatocarlosfonseca.noblogs.org/post/2018/04/06/venezuela-perche-si-sgomberano-i-contadini-in-unepoca-di-rivoluzione/#more-15127

 
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